Happy Birthday Web

Pochi giorni fa su Twitter affermavo:

@FrancescoFalconFrancesco Falconi
Prima i poi parlerò di chi ama strumentalizzare la rete per i propri fini. Prima o poi, al momento giusto. Per adesso preferisco leggere.
Con commentarium anche su Facebook. Ieri, invece, sono stato al Teatro Adriano dove si teneva l’happening Happy Birthday Web. Sul sito linkato potete capire di cosa si tratta.
Nulla di tecnico, quindi, ma un evento molto interessante dove, da una mera celebrazione dei risultati ottenuti con la nascita di Internet, si evidenziavano le fasi della sua crescita fino a fare un punto della situazione. Come sempre, non sono mancate le statistiche che hanno evidenziato come, ancora una volta, l’Italia è fanalino di coda per quanto riguarda Internet e innovazione. Nulla di nuovo, fra l’altro, ma anche uno spiraglio di ottimismo, visto che è  un mercato dove non c’è saturazione ma tanto da lavorare.
Interessante, inoltre, la parte riguardante i dati, la loro raccolta, trasparenza e la distribuzione al cittadino. Nonché web come blogging, che in alcuni paesi è sinonimo di libertà di parola (e.g. Egitto, Palestina). Infine, notevole l’intervento di Tim Berners-Lee, l’inventore del World Wide Web. Potrete trovare sempre i riferimenti sul sito.
Invece, ciò su cui vorrei soffermarmi è stato un altro intervento, di Gloria Origgi, che si incentrava sul tema “Vita sociale nel Web”. Ecco un altro mio tweet live:
FrancescoFalcon Francesco Falconi 
The way we access a piece of content is more informative than the content itself #hbw11
Benché avesse solo dieci minuti a disposizione, il suo intervento è stato sintetico ed esaustivo, cogliendo a fondo la mistificazione dei social network dove spesso è più importante esserci, dire, linkare, quotare e retweetare che il significato del contenuto stesso. Addirittura la Origgi metteva in evidenza le differenze insite tra Facebook e Twitter, e il cieco quoting di siti di cui siamo folli estimatori.
In pratica, il concetto è chiaro: nei social network di oggi, tra le tante grida, fuffa, nickname, identità false, il contenuto nella sua forma intrinseca è del tutto accessoria. Non è importante fornire una vera informazione, la questione è esserci. Sempre e comunque, quasi una caccia al tesoro all’ultima news, evento, disastro, o sconvolgimento politico, editoriale, musicale.
Sempre sul pezzo, al nanosecondo, per buttare la nostra voce nello streamland, senza alcun valore aggiunto se non quello di gonfiare il proprio ego, tradotto virtualmente in amici, commenti, tweets.
In pratica, siamo al collasso dell’identità e della personalità. Io stesso ne ho evidenza ogni giorno, sui siti e social che frequento. All’inizio mi arrabbiavo, cercavo di far capire che tutto era mistificato, amplificato e manovrato.
Adesso lascio perdere, perché nessuno ha mai vinto le guerre contro i mulini a vento. Ma certo, sì, è un pericolo evidente, ancor più della privacy dei nostri dati. E’ la bittizzazione e la ghettizzazione della nostra intelligenza. Della nostra capacità di ragionare.  Perché? Perché non c’è più tempo. Questo, forse, sarà il WEB 3.0, la rete al secondo. Poche informazioni, 160 caratteri di cui ne leggeremo la metà, un click rapido per retweettare, condividere, assegnare il famoso “Like“. L’importante, in quel nanosecondo, è non passare inosservati. Abbiamo il dovere di esserci.
Oppure, se vogliamo, è solo un’evoluzione, la transgenesi dei fenomeni di socialità collettiva, volgarmente definitivi un tempo come “mandrie di pecore”. Fenomeni che in passato sono stati però le scintille di fanatismi politici e religiosi. E la storia ci insegna come è finita.
Cambia il mezzo, muta nel tempo, ma non il risultato. Ci soffochiamo sempre nello stesso modo.
A volte, forse, occorre tornare nella dimensione della normalità. Quella dove esistono un nome, un cognome, un volto e un po’ di carne. Dove ci sono due mani ancora capaci di stringersi, due persone in grado di interagire, uno di fronte all’altro, senza muri virtuali né doppie identità. La frantumazione dello streamland a favore delle tre dimensioni. E, chissà, talvolta occorrono anche due piedi, per girare la città che viviamo fisicamente, e soffermarci anche a spettacoli del genere. Come vedete sotto.
Alla fine cosa perdiamo? Sono solo pochi secondi, schiacciati dall’eternità del web.

L’ossimoro del capitalismo


Stamani mi recavo a lavoro, arrancando in mezzo a un traffico decisamente sopra la norma. Tanto che, arrivato a San Giovanni e non trovando – per fortuna – nessun incidente, ho pensato che ci fosse uno sciopero dei mezzi pubblici e non mi ero informato a dovere.

Invece no. E’ cosa nota che il traffico di Roma è precario, basta far cadere una tessera del domino che tutto va in tilt. La tessera del domino stavolta era l’apertura di un centro commerciale (l’ennesimo) e Trony offriva interessanti sconti. Interessanti, dicevo, non regalava nulla.

Però la gente ha iniziato a mettersi in coda dalle 23 di ieri, fino a raggiungere la cifra (pare) di 4000 persone alle 9 di mattina, come vede nell’immagine di sinistra.

Periodo di crisi. Ovvio, se uno è ricco non si mette a fare nottata per avere un iPhone 4 a 400 euro invece di 650. Ma se uno è povero, la notte la passa a casa con la famiglia, perché l’iPhone non è un bene primario. Né un televisore, una Xbox e quant’altro.

Trony non vende cibo. Vende elettronica, che io sappia.

Fila di 4000 persone per aggeggi di elettronica scontati. E poi? Il seguito ve lo lascio indovinare: risse, vetrine spaccate e la solita violenza che accompagna ogni simpatico happening di questo tipo. Oltre a una Roma nel totale caos.

Ma si sa, viviamo in un periodo di profonda crisi, non solo economica.

Per la cronaca: articolo Repubblica.

Web Gossip

Nei post precedenti abbiamo parlato di anonimato, censura e della potenza mediatica di Facebook. Casca a pennello, o quasi, l’ambaradan del caso Vasco Rossi e Nonciclopedia. Bene, mi trovo d’accordo con quanto scrivono Licia e Valberici, per cui dopo una lunga discussione su Facebook non torno sull’argomento. Volevo però far notare un altro piccolo e delizioso fatto. Un particolare che mi ricorda un po’ il telefono senza fili, in versione prettamente 2.0.

Trattasi del gossip, della chiacchiera e dell’effetto domino. Ok, a prescindere dall’opinione sull’atteggiamento eccessivo di Vasco Rossi e sul confine piuttosto labile tra satira e calunnia, intravedo una simpatica operazione promozionale. Perché Nonciclopedia poteva semplicemente rimuovere o editare la pagina relativa a Vasco Rossi, ma ha scelto un’altra strada, quella di chiudere il proprio sito a tempo indeterminato. Così si leggeva nel primo comunicato, che poi ha fatto il giro della rete grazie ai follower di Twitter e Facebook. Un polverone tale che ha scomodato Repubblica a scrivere in merito.

Si legge:

Nonciclopedia, la versione satirica della più celebre Wikipedia, chiude i battenti per “colpa” di Vasco Rossi. Il rocker di Zocca ha presentato una denuncia per diffamazione contro il sito, portando gli amministratori del portale a oscurare l’intero archivio di dodicimila voci in attesa che i giudici si esprimano sulla vicenda.

Ecco, il che, a primo acchito – quello del 90% dei lettori hurry up on the web -, fa pensare a una serie di eventi: denuncia, polizia postale, sito sequestrato. Di conseguenza grida allo scandalo, libertà sempre o comunque di espressione e via dicendo.Tutto, ovviamente, preso con le pinze.

Poi si legge un aggiornamento sul sito di Nonciclopedia, arrivato però un po’ più tardi, quando la miccia era già accesa:

Il sito chiude per protesta, non per costrizione

Cosa spiegata anche dall’avvocato di Vasco Rossi.

Appunto. Ora, forse sarà un pensiero maligno, ma la decisione di chiudere un sito per la denuncia dell’avvocato di Vasco mi pare un rimedio un po’ estremo.

Se gli amministratori hanno ritenuto la loro satira non condannabile per calunnia, potevano chiudere la pagina “Fiasco Rossi”, far partire l’appello e lasciare il sito aperto. Ma avrebbe fatto meno rumore. Così come avrebbe fatto poco rumore se la denuncia non fosse pervenuta da Vasco Rossi ma da un PincoPallo molto meno famoso, seppur nonciclopedico. Insomma, di certo non ci sarebbe stato così tanto da ciarlare, né meritarsi la pole position su Repubblica o sul TG 5.

Insomma, un bel web gossip che porterà tanti tanti accessi e fama a Nonciclopedia, con petizione annessa. Non so perché, ma ho una vaga impressione che Nonciclopedia riaprirà presto i battenti, stavolta con molti, molti fedeli utenti. È solo la mia idea?

Poi, con calma, torneremo a parlare di web 2.0.

Censura, effetto spider, satira, anonimato, frustrazione, libertà di espressione e anche strumento per far caciara, scacciare la noia, emancipare la propria posizione. Il che, a volte, si traduce anche con: dopo colazione apriamo il web e iniziamo a far casino. Così mi porto accessi (facebook o blog o altro), perché servono. Alla mia carriera. Al mio ego.

Più o meno si traduce con la parola: Dementia 2.0.

Ma ne riparleremo. Con calma.

No alla legge Bavaglio

Aderisco all’iniziativa di ValigiaBlu, riportando il loro post:

Il disegno di legge di riforma delle intercettazioni ha un impatto significativo sulla rete?
Il ddl di riforma della normativa sulle intercettazioni influisce sulla rete in due modi, innanzitutto perché le limitazioni introdotte dal ddl in merito alla pubblicabilità degli atti di indagine riguarda, ovviamente, anche la rete, relativamente al giornalismo professionale, ma soprattutto perché in esso è presente il comma 29 che è scritto specificamente per la rete. Cosa prevede il comma 29? Il comma 29 estende parte della legislazione in materia di stampa, prevista dalla legge n. 47 del 1948, alla rete, in particolare l’art. 8 che prevede la cosiddetta “rettifica”.

Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere dei media unidirezionali e di bilanciare le posizioni in gioco. Nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, un semplice cittadino potrebbe avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie, e comunque ne trascorrerebbe molto tempo con ovvi danni alla sua reputazione. Per questo motivo è stata introdotta la rettifica che obbliga i direttori o i responsabili dei giornali o telegiornali a pubblicare gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche dei soggetti che si ritengono lesi.

Il comma 29 estende la rettifica a tutta la rete? 
La norma in questione estende la rettifica a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. La frase “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica” è stata introdotta in un secondo momento proprio a chiarire, a seguito di dubbi sorti tra gli esperti del ramo che propendevano per una interpretazione restrittiva della norma (quindi applicabile solo ai giornali online), che la norma deve essere invece applicata a tutti i siti online. Ovviamente sorge comunque la necessità di chiarire cosa si intenda per “siti informatici”, per cui, ad esempio, potrebbero rimanere escluse la pagine dei social network, oppure i commenti alle notizie. Al momento non è dato sapere se tale norma si applicherà a tutta la rete, in ogni caso è plausibile ritenere che tale obbligo riguarderà gran parte della rete.

Entro quanto tempo deve essere pubblicata la rettifica inviata ad un sito informatico?
Il comma 29 estende la normativa prevista per la stampa, per cui il termine per la pubblicazione della rettifica è di due giorni dall’inoltro della medesima, e non dalla ricezione. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

E’ possibile aggiungere ulteriori elementi alla notizia, dopo la rettifica? 
Il ddl prevede che la rettifica debba essere pubblicata “senza commento”, la qual cosa fa propendere per l’impossibilità di aggiungere ulteriori informazioni alla notizia, in quanto potrebbero essere intese come un commento alla rettifica stessa. Ciò vuol dire che non dovrebbe essere nemmeno possibile inserire altri elementi a corroborare la veridicità della notizia stessa.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è sostanzialmente quella della legge sulla stampa, la quale chiarisce che le informazioni da rettificare non sono solo quelle contrarie a verità, bensì tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni “da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”, laddove essi sono i soggetti citati nella notizia. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia. Non si tratta affatto, in conclusione, di una valutazione sulla verità, per come è congegnata la rettifica in sostanza si contrappone la “verità” della notizia ad una nuova “verità” del rettificante, con ovvio scadimento di entrambe le “verità” a mera opinione (Cassazione n. 10690 del 24 aprile 2008: “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato, sia per l’an che per il quomodo, alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica; mentre il direttore del giornale (o altro responsabile) è tenuto, nei tempi e con le modalità fissate dalla suindicata disposizione, all’integrale pubblicazione dello scritto di rettifica, purché contenuto nelle dimensioni di trenta righe, essendogli inibito qualsiasi sindacato sostanziale, salvo quello diretto a verificare che la rettifica non abbia contenuto tale da poter dare luogo ad azione penale”).

Come deve essere inviata la richiesta di rettifica? 
La normativa non precisa le modalità di invio della rettifica, per cui si deve ritenere utilizzabile qualunque mezzo, fermo restando che dopo dovrebbe essere possibile provare quanto meno l’invio della richiesta. Per cui anche una semplice mail (non posta certificata) dovrebbe andare bene.

Cosa accade se non rettifico nei due giorni dalla richiesta? 
Se non si pubblica la rettifica nei due giorni dalla richiesta scatta una sanzione fino a 12.500 euro.

Che succede se vado in vacanza, mi allontano per il week end, o comunque per qualche motivo non sono in grado di accedere al computer e non pubblico la rettifica nei due giorni indicati? 
Queste ipotesi non sono previste come esimenti, per cui la mancata pubblicazione della rettifica nei due giorni dall’inoltro fa scattare comunque la sanzione pecuniaria. Eventualmente sarà possibile in seguito adire l’autorità giudiziaria per cercare di provare l’impossibilità sopravvenuta alla pubblicazione della rettifica. È evidente, però, che non si può chiedere l’annullamento della sanzione perché si era in “vacanza”, occorre comunque la prova di un accadimento non imputabile al blogger.

La rettifica prevista dal comma 29 è la stessa prevista dalla legge sulla privacy?
No, si tratta di due cose ben diverse anche se in teoria ci sarebbe la possibilità di una sovrapposizione parziale. La legge sulla privacy consente al cittadino di chiedere ed ottenere la correzione di dati personali, mentre la rettifica ai sensi del comma 29 riguarda principalmente notizie.

Con il comma 29 si equipara la rete alla stampa?
Con il suddetto comma non vi è alcuna equiparazione di rete e stampa, anche perché tale equiparabilità è stata più volte negata dalla Cassazione. Il comma 29 non fa altro che estendere un solo istituto previsto per la stampa, quello della rettifica, a tutti i siti informatici.

Con il comma 29 anche i blog non saranno più sequestrabili, come avviene per la stampa?
Assolutamente no, come già detto con il comma 29 non si ha alcuna equiparazione della rete alla stampa, si estende l’obbligo burocratico della rettifica ma non le prerogative della stampa, come l’insequestrabilità. Questo è uno dei punti fondamentali che dovrebbe far ritenere pericoloso il suddetto comma, in quanto per la stampa si è voluto controbilanciarne le prerogative, come l’insequestrabilità, proprio con obblighi tipo la rettifica. Per i blog non ci sarebbe nessuna prerogativa da bilanciare.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Se ritengo che la rettifica non sia dovuta, posso non pubblicarla? 
Ovviamente è possibile non pubblicarla, ma ciò comporterà certamente l’applicazione della sanzione pecuniaria. Come chiarito sopra la rettifica non si basa sulla veridicità di una notizia, ma esclusivamente su una valutazione soggettiva della sua lesività. Per cui anche se il blogger ritenesse che la notizia è vera, sarebbe consigliabile pubblicare comunque la rettifica, anche se la stessa rettifica è palesemente falsa.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica, il titolare del dominio, il gestore del blog?
Questa è un’altra problematica che non ha una risposta certa. La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi è il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Anche qui non è possibile dare una risposta certa al momento. In linea di massima un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento non dovrebbe essere soggetto a rettifica. 

Pensavo di creare un widget che consente agli utenti di pubblicare direttamente la loro rettifica senza dovermi inviare richieste. In questo modo sono al riparo da eventuali multe?
Assolutamente no, la norma prevede la possibilità che il soggetto citato invii la richiesta di rettifica e non lo obbliga affatto ad adoperare widget o similari. Quindi anche l’attuazione di oggetti di questo tipo non esime dall’obbligo di pubblicare rettifiche pervenute secondo differenti modalità (ad esempio per mail).

Pensavo di aprire un blog su un server estero, in questo modo non sarei più soggetto alla rettifica?

Per non essere assoggettati all’obbligo della rettifica è necessario non solo avere un sito hostato su server estero, ma anche risiedere all’estero, come previsto dalla normativa europea. E, comunque, anche la pubblicazione di notizie su un sito estero potrebbe dare adito a problemi se le notizie provengono da un computer presente in Italia.

E’ vero che in rete è possibile pubblicare tutto quello che si vuole senza timore di conseguenze? E’ per questo che occorre la rettifica?
Questo è un errore comune, ritenere che non vi sia alcuna conseguenza a seguito di pubblicazione di informazioni o notizie online, errore dovuto alla enorme quantità di informazioni immesse in rete, ovviamente difficili da controllare in toto. Si deve inoltre tenere presente che comunque l’indagine penale od amministrativa necessita di tempo, e spesso le conseguenze penali od amministrative a seguito di pubblicazioni online, si hanno a distanza di settimane o mesi. In realtà alla rete si applicano le stesse medesime norme che si applicano alla vita reale, anzi in alcuni casi la pubblicazione online determina l’aggravamento della pena. Quindi un contenuto in rete può costituire diffamazione, violazione di norme sulla privacy o sul diritto d’autore, e così via… Il discorso che spesso si fa è, invece, relativo al rischio che un contenuto diffamante possa rimanere online per parecchio tempo. In realtà nelle ipotesi di diffamazione o che comunque siano lesive per una persona, è sempre possibile ottenere un sequestro sia in sede penale che civile del contenuto online, laddove l’oscuramento avviene spesso nel termine di 48 ore.

Ho letto di un emendamento presentato da alcuni politici che dovrebbe risolvere il problema della rettifica. È un buon emendamento?
Già lo scorso anno fu presentato un emendamento da alcuni parlamentari, che sostanzialmente dovrebbe essere riproposto quest’anno, con qualche modifica. In realtà l’emendamento Cassinelli, dal nome dell’estensore, non migliora di molto la norma: allunga i termini della rettifica a 10 giorni, stabilisce che i commenti non sono soggetti a rettifica, e riduce la sanzione in caso di non pubblicazione. L’allungamento dei termini non è una grande conquista, in quanto l’errore di fondo del comma 29 è l’equiparazione tra rete e stampa, cioè tra attività giornalistica professionale e non professionale, compreso la mera manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, esplicata dai cittadini tramite blog. Per i commenti la modifica è addirittura inutile in quanto una lettura interpretativa dovrebbe portare al medesimo risultato, anzi forse sotto questo profilo l’emendamento è peggiorativo perché invece di “siti informatici” parla di “contenuti online” con una evidente estensione degli stessi (pensiamo alle discussioni nei forum). Tale emendamento viene giustificato con l’esempio del blogger che scrive: “Tizio è un ladro”, ipotesi nella quale, si dice, Tizio ha il diritto di vedere rettificata la notizia falsa. Immaginiamo invece che Tizio effettivamente sia un ladro, la rettifica gli consentirebbe di correggere una notizia vera con una falsa. Se davvero Tizio non è un ladro, invece, non ha alcun bisogno di rettificare, può denunciare direttamente per diffamazione il blogger ed ottenere l’oscuramento del sito in poco tempo.

Ma in sostanza, quale è lo scopo di questa norma?
Una risposta a tale domanda è molto difficile, però si potrebbe azzardarla sulla base della collocazione della norma medesima. Essendo inserita nel ddl intercettazioni, potrebbe forse ritenersi una sorta di norma di chiusura della riforma, riforma con la quale da un lato si limitano le indagini della magistratura, dall’altro la pubblicazione degli atti da parte dei giornalisti. Poi, però, rimarrebbe il problema se un giornalista decide di aprire un blog in rete e pubblicare quelle intercettazioni che sul suo giornale non potrebbe più pubblicare. Ecco che il comma 29 evita questo possibile rischio.

Uno zombie chiamato AmmazzaBlog

Ultimamente ho parlato spesso di libertà di espressione, anonimato in rete, privacy e difficoltà di far rispettare i propri diritti.

Cade a pennello questa notizia, in cui torna il redivivo-mai-defunto-zombie DDL ammazza blog. Leggiamone un pezzo:

“Ammazza blog”, una disposizione per cui, letteralmente, ogni gestore di “sito informatico” ha l’obbligo di rettificare ogni contenuto pubblicato sulla base di una semplice richiesta di soggetti che si ritengano lesi dal contenuto in questione. Non c’è possibilità di replica, chi non rettifica paga fino a 12mila euro di multa. Una misura che metterebbe in ginocchio la libertà di espressione sulla Rete, e anche le finanze di chi rifiutasse di rettificare, senza possibilità di opposizione, ciò ha ritenuto di pubblicare. Senza contare l’accostamento di blog individuali a testate registrate, in un calderone di differenze sostanziali tra contenuti personali, opinioni ed editoria vera e propria.

Ci risiamo, ancora. Allora, sapete la mia posizione. Massima libertà di espressione, leggi però che tutelino contro l’anonimato utilizzato solo per ledere l’immagine altrui. Qui, come sempre, si va molto oltre. Perché è giusto e sacrosanto che un cittadino offeso/calunniato da un blog abbia il diritto di difesa e della rimozione dei contenuti non appropriati. Inutile girarci attorno, la rete ha comunque un forte impatto mediatico, senza tener conto dei simpatici ragni di Google che vita natural durante terranno in memoria quelle informazioni.

Ma qui si raggiunge l’eccesso. I contenuti dovrebbero essere rimossi se puramente offensivi, qualora invece si dica il vero, e tale verità si voglia nascondere, si va oltre. Esistono altri luoghi dove discutere eventuali diffamazioni.

Passerà? In tutta onestà credo e spero di no, la rivolta della blogosfera sarebbe un duro colpo per un governo fin troppo traballante. Lo spero, come dicevo, perché ormai non mi meraviglio più di nulla, figuriamoci di leggi ad hoc per tutelare chi sta nel torto. Il tutto avviene proprio quando ci sono da risolvere altri problemi in Italia. E non è demagogia o populismo, sono fatti concreti. Come il declassamento da A+ ad A dell’Italia decisa dallo Standard & Poor’s.

La Madonna comunista

A quanto pare Madonna è comunista. Parole non mie, ma di Gabriella Carlucci. Ovvio, se ha l’ufficio stampa comunista lo è anche lei. Novità? Non direi. Madonna si è sempre dichiarata democratica, anti-Bush, prendendo delle batoste clamorose quando uscì “American Life” nel 2003, dove aveva espressamente dichiarato la sua avversione alla guerra e alla politica che l’America stava portando avanti all’epoca. Una presa di posizione forte, contro una parte di patriottismo americano, ferito nel cuore e nell’orgoglio, fomentato a combattere con ogni mezzo il nemico dell’Islam.

Questo era il 2003. Nel 2011 Madonna si è presentata a Venezia come regista di W.E., film che fra l’altro ha ricevuto una critica altalenante. Ma lasciamo stare la reinvenzione di Madonna come regista, e veniamo al punto.

Si sa, Madonna è stata e deve essere la pietra dello scandalo. Ormai superata la soglia dei 50anni, dopo l’epoca Sex/Erotica, redenta con la versione Spiritual Mum di Ray of light, deve comunque catalizzare l’attenzione dei media. E se gli stessi media non sono soddisfatti delle sue scappatelle con i boy toys, l’unico modo per riempire le pagine è affibbiarle qualche domanda scomoda su due temi scottanti: il Vaticano e la politica.

Si sa, temi che fanno tremare le fondamenta di un’immagine. Ed ecco la tipica domanda arrivata da un giornale che puntualmente cercava lo scoop di prima pagina: Cosa ne pensa di Berlusconi?

E scusate, una democratica cosa deve pensare? Ecco la risposta di Madonna, fra l’altro di un diplomatico assoluto:

“Non vorrei parlarne adesso. Ma il settimanale inglese Economist ha detto già tutto, no?”

Risposta fredda, se vogliamo, ma anche una frecciatina ben precisa, in quanto l’Economist esprimeva una sua chiara posizione. (qui l’originale). Non che il NY Times e il Financial Times siano stati più clementi.

Ma ovviamente Madonna non ha il pubblico dei sopracitati giornali, e arriva alle orecchie di altri target e fasce d’età. E ciò forse è un po’ scomodo. Un po’ troppo.

Così la Carlucci e la Santanché hanno trovato il tempo per un bel controattacco. Madonna, che, siamo onesti, dorme sogni tranquilli sulla situazione italiana, visto che lei vive a metà tra la Gran Bretagna e l’America.

Dice la Santanché:

“A questo punto spero che il suo film se lo veda da sola. E’ esecrabile che addirittura -proprio lei che si chiama Ciccone- sottoscriva nell’intervista a Oggi quanto riportato dal settimanale inglese The Economist su Silvio Berlusconi e che quindi sia d’accordo sul fatto che il premier avrebbe ‘fregato gli italiani e sarebbe da licenziare, perche’ un vero disastro’. 

Addirittura. Il Male adesso è Madonna. Anzi Ciccone. Perché aveva un nonno italiano. E’ esecrabile. Ma davvero? Be’, ma scusate signore, visto che la situazione economica dell’Italia non mi pare che risplenda, non potreste concentrare le vostre forze e sacro tempo su altri fronti? Così, è solo un’opinione. Perché, davvero, impegnare le vostre fatiche e  puntare il dito contro la Madonna Comunista mi pare un po’ ridicolo. E anche fuori luogo. E’ esecrabile che Madonna la pensi come l’Economist? Non credo proprio, è la sua opinione. Madonna fa politica? L’ha sempre fatta, ma non era di certo la campagna promozionale di Venezia. Ha solo risposto a una domanda, in modo piuttosto sintetico ma esaustivo.

Così, tanto per. Vi siete accorti della situazione economica dell’Italia? Come siamo messi nell’Europa?

La Carlucci rincara la dose:

Mi dispiace moltissimo che Madonna abbia avallato le tesi dell’Economist, tra l’altro in un Paese come l’Italia che la adora. Evidentemente ha un ufficio stampa comunista che le ha detto di dire così per farla uscire meglio sui giornali comunisti. Continuerò a essere una sua grandissima fan e ad apprezzarla artisticamente, ma trovo un errore strategico la sua dichiarazione. E’ evidente che non sa nulla dell’Italia. E’ come se io, che sono stata recentemente negli Usa per un gemellaggio con la città di Miami, parlassi male di Obama. Quello di Madonna e’ un comportamento molto scorretto, da lei non me lo aspettavo. E’ stata certamente imbeccata“

Gabriella. Io non pretendo che lei conosca la vita di Madonna, il suo pensiero, i messaggi che ha lanciato durante i suoi concerti (sì, già allora c’era Berlusconi nei suoi video). Non pretendo che lei abbia letto una biografia di Madonna. Ma prima di dire ‘ste fesserie a un giornale, almeno ci si informi sul fatto che Madonna è sempre stata democratica (poi, se la vuole chiamare Comunista faccia pure, per l’amore del cielo. Anche se un dizionario servirebbe, e non quello dei sinonimi e contrari). E, soprattutto, si cerchi di capire che esistono persone che hanno cervello e ragionano prima di parlare. E sanno usare il tempo, qualità alquanto difficile da trovare, sembra.

Finita qui la guerra Anti-Madonna-Comunista del PDL? No, a quanto pare c’è molto tempo libero. Perché, l’Italia ha qualche problema più importante da risolvere? Certo! Ci illumina Corsaro:

No, nessun pericolo. Al massimo toglieremo qualche suo disco dai nostri scaffali. 

Be’. Naturale. Non mi stupisce la censura. Un déjà vu?

[PS, per Corsaro: i dischi non si vendono più sugli scaffali da circa 3-4 anni. Semmai chiedi a Tim Cook, the new Steve Jobs, se te la toglie da iTunes. Chissà perché, ho qualche dubbio in merito.]

Perdonatemi, infine, se non trovo parole per commentare l’uscita di Giovanardi. Credo non sia necessario aggiungere altro. Proprio non ce la faccio.

No, il suo pensiero politico non conta nulla. Gli italiani sanno che è una supermiliardaria e non è che la gente si lasci irretire da questi satrapi ricchi e viziati. Tra l’altro, la signora Ciccone è apertamente per le famiglie omosessuali, quindi schierata palesemente contro la nostra cultura e la nostra Costituzione che non prevedono famiglie gay

E Madonna come ha risposto a questa grande caciara? Con questo video, prendendo in giro se stessa per la sua gaffe sulle ortensie.

La differenza tra la classe e la disperazione.

httpvh://www.youtube.com/watch?v=-qlXMA0v-WA

Vittime inadeguate

 

Non basta leggere e rimanere sconvolti per ciò che è successo a Oslo. Perché, è evidente, questo basterebbe a lasciarci amareggiati e a riflettere sull’accaduto. Non basta neppure vedere come scrittori e giornalisti inseguano la solita caccia alle streghe, addossando la colpa al Male dell’ultimo decennio, ossia l’Islam, per poi fare un timido dietrofront nello scoprire che il folle di turno è un fondamentalista cristiano, bianco, del tutto simile a noi. Sì, stiamo parlando di Anders Behring Breivik, assassino di più di 90 persone nell’isola di Utoya. Stiamo parlando di una delle nazioni del nord europa che spesso ammiriamo per un’efficienza e un’organizzazione anni luce dalle nostre. Eppure.

Eppure anche in quei paesi esistono pazzi e maniaci, pronti a commettere delle stragi che rimarranno nelle pagine della storia. Poco importa, lasciatemi dire, se è un estremista di destra o di sinistra. La strage è compiuta, vittime e famiglie distrutte. Se poi vogliamo politicizzare la questione, dando la colpa all’Islam o all’estrema destra… be’, a me non piace. Punto.

Poi arrivano anche editoriali che, come dire, destabilizzano, tipo quello di Feltri. Si poteva fare qualcosa? Ecco che Feltri ci illumina con una brillante osservazione. Certo, quei giovani dovevano essere più reattivi e fermare Breivik in modo deciso ed… efficiente. Infatti ci fa notare che:

Ma in questo caso,stando alle notizie in nostro possesso, sull’isola (un chilometro quadrato, quindi piccola)sitrovavanocirca 500 partecipanti a un meeting annuale di laburisti. Un numero considerevole. Quando Breivik ha dato fuori da matto e ha cominciato a sparare, immagino che lo stupore e il terrore si siano impadroniti del gruppo intero. E si sa che lo sconcerto (accresciuto in questa circostanza dal particolare che il folle era vestito da poliziotto) e la paura possono azzerare la lucidità necessaria per organizzare qualsiasi difesa che non sia la fuga precipitosa e disordinata, contro un pericolo di morte. Ciononostante, poiché la strage si è consumata in 30 minuti, c’è da chiedersi comunque perché il pluriomicida non sia stato minimamente contrastato dal gruppo destinato allo sterminio.

Ovvio. 30 minuti. Perché, naturalmente, la prima reazione non è quella di fuggire e mettersi in salvo. E’ trasformarsi in detective, individuare il pazzo vestito da poliziotto, contenere e guidare alla Braveheart una folla di 500 persone, scegliendo qualcuno a caso, quelli sacrificabili per la prima linea, immobilizzare il folle omicida e consegnarlo alle forze dell’ordine.

Certo. Semplice. Logico. Non fa una piega.

E rimango ancora basito. Stupido e indignato. Perché, davvero, mi chiedo quali sostanze magiche spingano a scrivere delle simili assurdità.