Questioni di cover

Periodo d’estate, periodo di letture sotto l’ombrellone. Nel mio caso sul lettino, sono un appassionato del sole che brucia. Questo, ovviamente, implica che il “vicino” dia una sbirciatina al libro che stai leggendo. Se porti con te un libro come Stilton, appare un sorriso beffardo. Inutile tentare di decifrarlo, più o meno il significato è sempre il solito: “Stilton… ah, il sorcio. Sì, robetta per bambini”. Idem se si procede con altri libri di genere fantastico. Come sempre, il fantastico è roba per bambini (a proposito, proprio per questo venerdì sono a Rimini).

Se invece capita di leggere “Gang Bang” di Chuck Palahniuk, la situazione precipita. Certo, come biasimare il vicino. La cover a sinistra parla già da sé: una ragazza in posizione eloquente, un bel “adults only” in un punto strategico. E quindi i commenti si perdono in “E’ un porno?”, “Stai leggendo un libro erotico?”, “Chi è la tipa?”.

No. Gang Bang non è un porno. E’ un ottimo libro che parla di disperazione in modo crudo e allucinato. Parla di una condizione estrema. Di autodistruzione e dell’impossibilità di una redenzione. Leggetelo, non è un porno.

Recensione Unwind

News telegramma, come vi avevo anticipato qui, è uscita la recensione di Unwind su FantasyMagazine. Buona lettura: LINK

Intervista su House of Books

Prima di parlarvi del mio penultimo appuntamento prima delle ferie estive, vi lascio un’interessante intervista per House of Books. Un ringraziamento a Carlotta De Melas per la disponibilità.

C’è un piccolo spoiler sull’Aurora delle Streghe. Buona lettura!

Notizie flash

Post Flash:

1. Ho visto Percy Jackson e il ladro di fulmini. Il cosiddetto after-Potter. Ho trovato la sceneggiatura al limite dell’imbarazzante. Anni luce dai film tratti dai romanzi della Rowling. Spero che il libro sia nettamente migliore. Nel frattempo, colossale delusione dalla Smith con il suo “Il Diario del Vampiro“. Anche in questo caso, al limite dell’imbarazzo. Non si salva quasi nulla: personaggi, trama, mordente. Ora capisco perché il telefilm è piacevole: la sceneggiatura è una rivisitazione molto vaga del libro. Molto vaga, per fortuna.

 

2. Presentazione a Orvieto, Fantasy Horror Award, prevista per sabato prossimo 20 marzo, al Palazzo dei Congressi. Saranno due eventi, alle 830 e alle 1030, l’organizzatore ha confermato 800 presenze in tutto. Ma l’ingresso è libero, non so quanto grande sia il luogo. Vi fornirò ulteriori dettagli in settimana.

Avatar

Finalmente sono riuscito a vedere Avatar. Sembrava un’impresa quasi impossibile, cinema sempre pieno e prenotato da giorni.

Ho letto quindi anche l’opinione di Sandrone Dazieri in merito. Su molti aspetti devo concordare. Personaggi abbastanza stereotipati (specialmente i cattivi), trama lineare e prevedibile. Adoro Sigourney Weaver, ma anche Michelle Rodriguez, che ricordo da Lost.

I contenuti, o comunque il succo della storia, va invece salvato. Perché parlare del binomio guerra-pace o natura-distruzione a mio avviso non guasta mai. Non si deve cercare a ogni costo l’originalità, il non detto, la sfumatura o la prospettiva inesplorata. Si può scegliere anche la strada dell’ovvietà e della semplicità. E ben vengano, se sono ben realizzate, senza pretese e con onestà intellettuale.

E questo suppongo era lo scopo di Cameron. Sentimenti elementari, sceneggiatura con happy ending e senza troppe sofferenze. Grandi effetti speciali, che sottendono tuttavia la precisa definizione di un mondo.

Pandora.

Credo sia la cosa più bella del film. Più volte ho pensato: Cameron fammi vedere di più. Fammi esplorare questo mondo. La sua flora. La sua fauna. L’oceano esiste? Ci sono le stagioni? Qual è il suo sole?

Eccomi, datemi del pazzo, ma è la cosa che ho più apprezzato di Avatar e quella che forse mi ha lasciato l’amaro in bocca. Perché appena finita l’estasi delle fosforescenze notturne, avrei avuto il desiderio di viaggiare nel pianeta di Pandora. Deformazione professionale, mi dico. Tipico di chi si è abituato a costruire mondi immaginari.

Non c’era tempo e non era lo scopo del film. Ovvio, la macchina commerciale c’è e si vede. Ormai tutti i film escono 3D solo per far lievitare il prezzo del biglietto a 10 euro. Il primo 3D che vidi fu Nightmare, pochi minuti a tre dimensioni. Ed erano quindici anni fa o forse di più.

Libri 2009 ed Esbat

E’ Lunedì. Il che non è proprio una notizia positiva.

Notizie rapide: sopra il primo post del blog trovate i topic che usciranno nei prossimi giorni. Presto novità interessanti anche per G*.

Leggevo stamani un articolo su Fantasymagazine, una carrellata dei libri fantasy 2009 italiani e stranieri. Una citazione anche per l’ultimo di Estasia, Nemesi.

Io, invece, ho appena finito Esbat di Lara Manni. E’ difficile farne una recensione, anche perché l’autrice mi sta molto simpatica e il giudizio sarebbe poco oggettivo. Parto da una premessa: non amo l’ambientazione giapponese. Non sono mai stato né sarò un manga boys. Forse seviziato quando ero piccolo da Topolino, non sono mai stato uno sfegatato dei fumetti, eccezion fatta per la Marvel. Il che non è molto popolare, lo scrittore fantasy deve per forza essere un appassionato di fumetti. Ma non è il mio caso. Ho sempre preferito i libri ai fumetti.

Torniamo a Esbat, che ho letto con piacere a prescindere dall’ambientazione. Il punto forte di Lara è senza dubbio lo stile di scrittura: secco, preciso, immediato. Via gli orpelli, via perifrasi pesanti. Dritto al punto. Pecca negativa, come fa notare Luca Centi, a volte anch’io ho trovato difficoltà nel capire il soggetto della scena, perché la telecamera si sposta di paragrafo in paragrafo in modo troppo repentino. Se ti distrai sei fregato.

Intriganti anche gli sbalzi temporali e la gestione della struttura narrativa, nonché i riferimenti precisi alla Wicca e le citazioni della letteratura/musica moderna. Ciò che mi è più piaciuto in questo libro? Non il Giappone. Non la fanfiction. Non Hyoutsuki. La figura della Sensei, in primis, ma anche quella di Ivy. Un’umanità che trapela nelle righe del romanzo, senza che l’autrice si sia sforzata a sottolinearla. Un’intimità complessa che rende tridimensionale la protagonista pagina dopo pagina, rendendo plausibile ogni sua ossessione.

Niffenegger e King

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” è uno dei libri più belli che ho letto l’anno scorso. Pochi giorni fa ho avuto modo di vedere anche il film tratto dal romanzo, intitolato “Un amore all’improvviso”. Ecco, già il titolo mi ha fatto storcere il naso. Forse quello che gli aveva dato Niffenegger non era molto cool? Bah, non so. Anche perché di amore all’improvviso in quel libro c’è davvero poco. E’ un amore che dura una vita, al di là del tempo.
Comunque, a parte questo, nel complesso il film non è male. Si perde l’atmosfera “a doppio punto di vista” che dava un tocco di originalità al romanzo, ma alla fine il mood viene rispettato. Insomma, quando si tratta di vedere una trasposizione cinematografica mi aspetto sempre il peggio.
King. Duma Key.
Difficile descriverlo. Anzi, ancor più capire perché per dieci anni ho abbandonato King. Da piccolo leggevo ogni suo libro. Un po’ perché era di moda (IT, Misery, Cose Preziose, Shining non si potevano non leggere), ma anche perché erano effettivamente dei capolavori.
Poi un decennio di vuoto, finché non mi decido a riprenderlo in mano, convinto dalle recensioni positive che ho letto in rete.
King NON mi ha deluso. Anzi, la sua scrittura ha acquistato una freschezza che prima forse non aveva (o io non avevo percepito). Rimane il solito King-issue: la lunghezza. Il nostro Re ama distruggere intere foreste per i suoi libri e, come sempre accade, il romanzo si perde in prolissità. Non che sia noioso, lo ammetto, ma spesso parte per la tangente con interi capitoli che sono opzionali alla trama.
Il finale kinghiano. Dopo dieci anni mi pare soffra degli stessi problemi. Rapido, spiazzante, poco convincente. Nulla a che fare con la delusione di IT, ma avrei preferito che tagliasse qualche altro punto e si concentrasse sulla chiusura.
E poi, l’intrusione del narratore/protagonista che anticipa al lettore la morte di un personaggio. “Fu l’ultima volta che la vidi”. Sinceramente un passo falso che non mi sarei aspettato da King. E’ da principianti, lo dico senza mezzi termini. E andava negli anni 80.
Sospensione dell’incredulità. Uno dei punti forti di King. Ti accompagna per mano nelle pagine, ti stacca lentamente dalla realtà e ti fa vivere il suo mondo. Un mondo che pochi paragrafi prima era assolutamente reale, e pian piano ha colorato con tinte scure, sfumandolo poi nel surreale. Magnifico, direi.
Come magnifico è il suo protagonista. Edgar Freemantle. Dipinto con maestria, tridimensionale, ironico, devastato dall’incidente che gli ha strappato un braccio. Un american dream beffato dal destino. Un’ambientazione particolare e affascinante, l’isola di Duma Key, con i suoi misteri che King ci svela pagina dopo pagina. Così come la contaminazione dell’arte, che si trasfigura in tinte horror.
Insomma, una lettura che mi ha entusiasmato. Non mi resta altro che procedere con The Dome.