La privacy e l’anonimo 2.0

Il web sta cambiando, รจ sotto gli occhi di tutti. Nel tramonto del web 2.0, i ย forum sono per lo piรน deserti, pullano i blog (dove vince WordPress ma sale di gradimento Tumblr e affonda inesorabilmente blogspot del signor Google, che corre ai ripari nel rimpasto confuso di Google+). Ma, naturalmente, stravincono i Social Newtork ormai consolidati.

Nel grande mare magnum, a livello globale, dopo la lenta agonia di MySpace, risulta vincitore Facebook, seguito subito dal famoso Twitter (poco, in Italia, in veritร ).

Spesso, sui quotidiani online e sui blog, si dibatte il tema privacy e diritto del consumatore. Be’, ve lo dico subito, le mie posizioni sono abbastanza delineate.

In primis, occorre chiedere la correzione del dizionario dei sinonimi e contrari. Il contrario di privacy รจ Facebook. Nasce proprio per questo: mettersi in vetrina, farsi conoscere, far leva sul virtuale per emanciparsi. Oltre che, ovviamente, perdere tempo, fare conoscenze, cazzeggiare e riallacciare nuovi e vecchi rapporti. Il tutto, per un servizio privato che non chiede canoni di abbonamento nella perfetta politica giร  rodata del meccanismo pubblicitario.

E i nostri dati sensibili? Ciao. Facebook vive di questo, campa sui nostri dati. Non รจ allarmismo, รจ un fatto chiaro. Basta cercare su internet e leggere in merito fiumi di articoli.

Facebook vive grazie alla presenza nel virtuale di persone reali. Cosรฌ si spiega, sociologicamente, il suo successo, a prescindere da una user experience piรน o meno buona, che i signori di Palo Alto cambiano un mese sรฌ e l’altro pure. Un successo che si sta replicando nel mondo mobile, tramite gli smartphone come Android o Apple. Quasi una carta di identitร  virtuale, fra non molto associata a qualche sistema di mobile payment, come del resto fa da tempo Apple con il suo iTunes.

In quest’ottica, la richiesta di un numero di telefono (come chiede ultimamente Google) รจ il minore dei problemi. Il che, naturalmente, fa capire bene perchรฉ Facebook abbia la regola dei nomi e cognomi veri, non nickname. Interessi di una strategia lampante. Una strategia che non approvo in questi termini, benchรฉ sia favorevole a una responsabilizzazione dell’anonimato su internet, fin troppo vago, confuso e spesso causa di spiacevoli situazioni di stalking e ingiurie.

Rifiuto quindi l’anonimato in rete? In molti casi sรฌ. E per le segnalazioni anonime di reato, come facciamo? Facciamo, esistono sempre i workaround. Perchรฉ, queste segnalazioni non potrebbero rimanere anonime? Si sta parlando di un servizio pubblico di estrema importanza, non di un social network. Sottile e chiara differenze.

Ma non trovo neppure corretto che una persona psicolabile possa divertirsi in rete, verso chi magari mette la faccia e il proprio nome, e uscirne quasi sempre impunita. La strada della polizia postale, identificazione dell’IP ecc… non รจ affatto banale. E non รจ alla portata di tutti, figuriamoci dei minori.

Come sempre la scelta giusta รจ la via di mezzo, quella piรน difficile da perseguire. E anche vero perรฒ che Facebook, Twitter & CO sono servizi privati, non statali. Twitter ci mette mezzo secondo a cambiarti il nickname se lo pretende un personaggio pubblico.

Quindi? Nel momento in cui alcuni regole dettate non andranno a genio alla massa, la massa risponderร  con un rifiuto. E, a quel punto, anche i colossi rivedranno alcune strategie.

Ma resta comunque un mondo virtuale. Dove la privacy รจ sempre piรน pubblica e dove, si spera, l’identitร  delle persone non sia associabile a un nick con il solo fine di essere e fare ciรฒ che nella realtร  non sarebbe possibile. Questo, a mio avviso, รจ ledere i diritti di chi utilizza la rete. Questo il vero danno.ย Perchรฉ, sia inteso, anche nel virtuale esistono dei limiti morali da rispettare. Fatto ultimamente sempre piรน a rischio.

Poi, come sempre, si puรฒ capire che forse รจ l’ora di uscire e stringere qualche mano vera.

Non solo il mouse.