Ali spezzate

L’altro giorno leggevo un articolo sull’ennesimo suicidio nel carcere di Sulmona. Non entro adesso nel merito della questione. Non è ammissibile che esistano strutture penitenziarie che spingano i detenuti a togliersi la vita annullando qualsiasi possibilità di recupero. Altrimenti si trasforma in una forma subdola di pena di morte.

Non posso che concordare con l’affermazione: “Il 2010, evidentemente, comincia peggio di come è finito il 2009 – dice Eugenio Sarno della Uil penitenziari – quattro suicidi in 8 giorni sono la prova provata di un sistema non solo incapace di garantire diritti, dignità e civiltà al personale e ai detenuti ma persino incapace di tutelare la stessa vita umana”.

Poi succede una cosa strana. La cronaca diventa vita privata. Ricordi del passato riemergono con prepotenza.

Era il 2004, il primo anno che mi ero trasferito a Roma. Conoscevo poche persone, eccetto i colleghi del lavoro di allora. Pochi amici, tra cui un ragazzo di 27 anni, Alessandro.

Si sa, nella vita si prendono strade diverse, non sempre è possibile mantenere i rapporti con tutti. Specie in una città caotica come Roma, che spesso ti impigrisce e ti toglie la voglia di uscire di casa e andare a trovare amici che non vedi da tempo.

Era l’inverno del 2006 quando Alessandro si tolse la vita. Lo scoprii nel modo più atroce, mandandogli un SMS per sapere come stava. Il telefono mi squillò, ma mi rispose suo padre. Con una frase atroce. Secca. Che ti toglie il fiato.

“Alessandro non c’è più.”

Alessandro era caduto nel vortice di una bruttissima malattia. Inguaribile, invisibile. Una voce maligna che sussurra parole alla tua mente. Spingendoti verso l’inammissibile.

La depressione.

Si può essere depressi a 27 anni? Alessandro apparentemente aveva tutto. Salute, un lavoro che gli permetteva di vivere senza problemi. Eppure la sua mente aveva iniziato a seguire binari sbagliati. Fantasmi di persone che lo guardavano di sbieco, parlandogli alle spalle. Manie di persecuzione che lo spingevano a rifiutare la sua vita.

Finché non ha deciso di aprire la finestra. Di farla finita.

Mi sono sono sentito terribilmente in colpa. Divenni subito parte del circolo vizioso del “se”.

Cosa sarebbe successo se non avessi allentato i contatti? Se fossi stato il suo confidente? Se non si fosse sentito così solo? Se una mia parola l’avesse distratto? Se quel giorno fossimo andati a prendere un caffè?

Se avessi rinunciato al mio egoismo, alla mia pigrizia, alle piccolezze del mio quotidiano? Se avessi compreso quanto gravi potessero essere le conseguenze? Se non avessi sottovalutato la situazione? Se fossi stato più presente? Se avessi dato più affetto?

Forse niente. Forse tutto. Forse avrei rimandato l’inevitabile.

Forse.

Non mi è facile parlare di questi argomenti. Non l’ho fatto per tre anni. Così come non ho mai parlato di mio padre. Forse perché sono cosciente di non riuscire a trasformare sensazioni in parole. Forse perché ho paura di essere mal interpretato. Forse perché questo alla fine non è un diario personale, è pubblico e visibile a tutti. E mi vergogno. Mi sento in colpa. Sento che non sono pronto ad aprire certe porte. A parlare di emozioni così delicate. Di esperienze personali che alla fine sono comunque emerse, influenzando i miei libri.

Segnandomi per sempre.

5 Comments

  1. Francesco, molto spesso dietro a una vita all'apparenza normale si nascondono realtà di sofferenza che non si riescono a immaginare. Guardiamo i paesi poveri, quelli del terzo mondo, ma anche noi abbiamo una grande povertà. Una povertà che inaridisce lo spirito, che ruba le forze e la voglia di vivere. Un sistema che isola, che estrania, che fa sentire soli e abbandonati anche in mezzo a una folla.
    Quando si vivono certe esperienze non è facile parlarne, perchè colpiscono l'intimo, arrivano in profondità e non è facile parlarne con le altre persone perchè non possono capire se non hanno vissute certe cose. Ma purtroppo anche perchè sono argomenti difficili, che spaventano e fanno affrontare l'esistenza e a molta gente interessa vivere tranquillamente, senza avere scosse.
    Purtroppo è molto difficile comprendere le altre persone, specie se hanno problemi che non mostrano all'esterno; chi ha deciso di fare un gesto estremo non lo fa capire, non c'è modo di prevederlo. Queste persone hanno un gran coraggio, una lucidità nel loro intento mossa da una disperazione, un malessere di vivere molto grande. Ma avrebbero anche una gran voglia di vivere e stanno così male perchè quello che li circonda non sa di vita: sa di morte. E' tutto così insensato,così vuoto quello che li attornia che preferiscono andarsene piuttosto che sopportare e vivere una vita che sentono falsa; ma nel loro profondo, quando compiono quel gesto, sperano che qualcuno di soccorra li aiuto. Il loro gesto è un'ultima richiesta estrema.
    Solo che non è facile capire queste richieste, i segnali che vengono mandati. Per questo è così importante un sorriso, un gesto gentile, una parola di conforto per far sentire agli altri che si è vicini, che non sono soli; anche se si è stanchi, anche se non si ha voglia. Perchè se si chiudono le porte, si taglia il pinte con la vita, nostra e altrui.
    Una disponibilità gentile per non avere rimpianti, per aiutare gli altri. E forse, alle volte, salvare anche una vita.

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